Il tuo spazio, in presenza o online

La modalità che preferisci, per vivere il percorso con maggiore serenità

 

 

Nicole Campagnolo                                  +39 3450892649

Psicologa clinica e forense                     nicole_campagnolo@libero.it

Criminologa in alta formazione                         


facebook
linkedin
whatsapp
phone

Pensi che non faresti mai del male a qualcuno? Sei proprio sicuro?

29-09-2026 10:48

Nicole Campagnolo

Individuo e società,

Pensi che non faresti mai del male a qualcuno? Sei proprio sicuro?

Quanto siamo davvero liberi nelle nostre scelte? Il gruppo, il contesto e il bisogno di sentirci parte di qualcosa possono influenzare il modo di agire

Immagina di essere circondato da persone che fanno qualcosa che, da solo, non avresti mai fatto. All'inizio osservi. Poi qualcuno ti coinvolge. Gli altri ridono, partecipano, approvano. Forse pensi che non sia poi così grave. E, un passo alla volta, ti ritrovi a fare qualcosa che, fino a poco prima, eri convinto non avresti mai fatto.

 

Quanto siamo davvero sicuri di conoscere il nostro comportamento quando cambiano le persone intorno a noi?

È una domanda scomoda, ma importante. Perché il comportamento umano non dipende soltanto dalle caratteristiche della singola persona. Anche il contesto, il gruppo, i ruoli che assumiamo, le aspettative degli altri e le dinamiche di potere possono influenzare il modo in cui interpretiamo una situazione e le decisioni che prendiamo.

Questo non significa che siamo semplicemente “vittime” del contesto o che chi commette un'azione non sia responsabile di ciò che fa. Significa, piuttosto, che per comprendere un comportamento è spesso necessario guardare anche a ciò che accade intorno alla persona.

 

Quando il gruppo inizia a influenzarci

All'inizio potresti semplicemente stare a guardare, non sei d'accordo con quello che sta succedendo, ma gli altri sembrano divertirsi. Qualcuno fa una battuta, tutti ridono, tu sorridi, magari per non sentirti fuori posto, poi la situazione continua e, senza quasi accorgertene, inizi a partecipare anche tu.

È questo uno dei meccanismi alla base del conformismo: la tendenza ad adeguare, almeno in parte, il proprio comportamento o le proprie opinioni a quelli del gruppo, soprattutto quando sentiamo il bisogno di essere accettati o di non sentirci esclusi.

Perché succede?

Perché il bisogno di sentirsi parte di un gruppo può essere molto forte. Essere accettati, avere l'approvazione degli altri, sentirsi inclusi, sono bisogni profondamente umani e, in alcune situazioni, possono portarci a fare qualcosa che, in un altro contesto, probabilmente non avremmo fatto.

Pensa, per esempio, a un gruppo di ragazzi che prende di mira un compagno. All'inizio potresti non dire nulla, poi ridi a una battuta, qualche giorno dopo condividi un video o una foto, la volta successiva partecipi direttamente. Ogni volta può sembrare un passo piccolo, quasi irrilevante. Ma dove finisce il semplice “stare al gioco” e dove inizia la partecipazione?

È proprio qui che il confine può diventare sottile. Non sempre ci accorgiamo del momento in cui smettiamo di osservare e iniziamo a contribuire.

E forse la domanda più interessante non è soltanto “Perché quella persona lo ha fatto?”, ma anche: “Quanto il bisogno di appartenere può portarci ad allontanarci, poco alla volta, da ciò che pensiamo sia giusto?”

 

“Lo stavano facendo tutti”

Un altro fenomeno che può emergere nelle dinamiche di gruppo è quello della diffusione della responsabilità. Quando siamo in mezzo ad altre persone, possiamo percepire la nostra responsabilità personale come meno forte.

 

“Non sono stato solo io.”
“Lo facevano tutti.”
“Qualcun altro avrebbe potuto fermarli.”

 

Sono frasi che possono sembrare semplici giustificazioni, ma raccontano qualcosa di più: il modo in cui, in determinate situazioni, la presenza degli altri può modificare la percezione della nostra responsabilità.

Pensa a una situazione in cui un gruppo assiste a un episodio di aggressività o prende parte a un comportamento che supera un limite. Più persone sono coinvolte, più può diventare facile pensare che intervenire spetti a qualcun altro, oppure che la propria partecipazione sia troppo piccola per fare davvero la differenza.

Ed è proprio qui che può emergere il paradosso: più siamo, meno possiamo sentirci personalmente responsabili di ciò che sta accadendo.

Ma se tutti pensano “ci penserà qualcun altro”, chi si assume davvero la responsabilità?

 

Quando nessuno si ferma

Ti è mai capitato di trovarti in una situazione in cui, guardandoti intorno, sembrava che tutti stessero facendo la stessa cosa? Magari qualcosa che, da solo, non avresti fatto. Eppure, vedendo gli altri agire, quella situazione inizia a sembrarti quasi normale.

Nessuno si ferma. Nessuno sembra chiedersi se sia giusto e così continui anche tu.

In situazioni di questo tipo può entrare in gioco un fenomeno chiamato deindividuazione. Quando ci sentiamo parte di un gruppo o di una folla, soprattutto se siamo poco riconoscibili, può attenuarsi la percezione della nostra individualità e della nostra responsabilità personale.

Non significa che il gruppo ci faccia automaticamente comportare in modo aggressivo o deviante. Significa che, in determinate condizioni, possiamo percepirci meno come singoli individui e più come parte di un insieme.

Ed è proprio per questo che, per comprendere un comportamento collettivo, non basta guardare alla singola persona. Anche il contesto, le dinamiche del gruppo e il modo in cui le persone si influenzano a vicenda possono contribuire a spiegare ciò che accade.

 

E se a chiedercelo fosse qualcuno che consideriamo “autorevole”?

Immagina che qualcuno che riconosci come autorevole ti chieda di fare qualcosa che, normalmente, non faresti. Forse hai qualche dubbio, forse ti senti a disagio, ma quella persona sembra sapere cosa sta facendo e così pensi: “Se me lo sta chiedendo, probabilmente ci sarà un motivo.”

È proprio in situazioni come questa che la psicologia sociale ha studiato il fenomeno dell'obbedienza all'autorità.

Gli studi di S. Milgram hanno cercato di comprendere fino a che punto una persona possa spingersi quando percepisce di stare semplicemente eseguendo le indicazioni di qualcuno che considera autorevole.

Il punto interessante è che non sempre le nostre azioni dipendono soltanto da ciò che vogliamo fare. A volte, quando a darci un'indicazione è una persona che riconosciamo come autorevole, possiamo essere più propensi a seguirla anche quando abbiamo dei dubbi. L'autorità può infatti modificare il modo in cui interpretiamo ciò che ci viene chiesto e il grado di responsabilità che sentiamo di avere rispetto alle nostre azioni.

Ma non tutti reagiscono allo stesso modo. Di fronte alla stessa richiesta, alcune persone possono obbedire, altre possono mettere in discussione ciò che viene chiesto o scegliere di non seguirlo.

 

L'effetto Lucifero

Cosa può succedere quando cambiano le regole, il ruolo che ricopriamo e le persone che abbiamo intorno? Possiamo arrivare a comportarci in modo molto diverso da come avremmo immaginato?

È proprio da questa riflessione che nasce il cosiddetto effetto Lucifero, concetto associato agli studi di P. Zimbardo. L'idea è che il comportamento di una persona non dipenda soltanto dalle sue caratteristiche individuali, ma possa essere influenzato anche dal contesto in cui si trova, dai ruoli che assume e dalle dinamiche che si creano all'interno di un gruppo.

Il concetto invita quindi a considerare quanto una situazione possa incidere sul nostro modo di percepire ciò che accade e sulle scelte che facciamo. Questo, però, non significa che il contesto determini automaticamente il nostro comportamento o che chiunque possa arrivare a compiere determinate azioni nelle stesse condizioni.

Il punto non è pensare che “chiunque possa diventare cattivo se messo nelle condizioni giuste”, una conclusione del genere sarebbe troppo semplice.

Il punto è che le situazioni in cui ci troviamo possono modificare il modo in cui vediamo noi stessi, gli altri e ciò che stiamo facendo. Per questo, per comprendere un comportamento, è importante guardare non solo alla persona, ma anche al contesto in cui quel comportamento prende forma.

 

Il contesto non cancella la responsabilità

Parlare dell'influenza del gruppo e del contesto non significa giustificare un comportamento.

Comprendere perché una persona abbia agito in un determinato modo è diverso dal dire che ciò che ha fatto sia giusto o accettabile. In ambito psicologico e forense, questa distinzione è fondamentale.

Per comprendere una situazione, può essere utile chiedersi che cosa stava accadendo intorno alla persona: quali pressioni erano presenti, quale ruolo ricopriva, quanto era forte il bisogno di appartenenza, se erano presenti figure di autorità e come veniva percepita la propria responsabilità.

Sono tutti elementi che possono aiutare a ricostruire una dinamica senza ridurre tutto a una spiegazione semplicistica come “quella persona è fatta così”.

 

Quanto conosciamo davvero noi stessi?

Ed è proprio qui che la riflessione può riguardare anche noi.

Ci piace pensare di sapere come reagiremmo in determinate situazioni. 

“Io non lo farei mai” è una frase che pronunciamo facilmente, soprattutto quando osserviamo il comportamento degli altri. Ma quanto possiamo essere sicuri di come reagiremmo davanti a una situazione che non abbiamo mai vissuto? 

Il contesto, le persone intorno a noi, il bisogno di essere accettati, la pressione del gruppo o la presenza di un'autorità possono influenzare il modo in cui interpretiamo ciò che sta accadendo e le scelte che facciamo.

Questo non significa pensare che chiunque possa arrivare a fare qualsiasi cosa. Significa, piuttosto, riconoscere che il nostro comportamento nasce dall'incontro tra ciò che siamo e le situazioni che viviamo.

Essere consapevoli di questi meccanismi può aiutarci a riconoscere quando stiamo seguendo il gruppo, quando abbiamo paura di sentirci esclusi o quando stiamo lasciando che qualcun altro decida al posto nostro.

E soprattutto può aiutarci a fermarci.

Perché comprendere l'influenza del contesto non significa eliminare la responsabilità personale. Significa capire meglio come arriviamo a compiere una scelta e, proprio per questo, diventare più consapevoli delle nostre.

Alla fine, forse non basta chiedersi “Perché quella persona lo ha fatto?”.

A volte è utile chiedersi anche:

“Che cosa stava succedendo intorno a lei?”

E, ancora più difficile:

“Io, in quella situazione, come avrei reagito?”