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Nicole Campagnolo                                  +39 3450892649

Psicologa clinica e forense                     nicole_campagnolo@libero.it

Criminologa in alta formazione                         


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Il coraggio di mettersi in discussione

26-10-2026 14:15

Nicole Campagnolo

Il coraggio di mettersi in discussione

Quanto siamo disposti a guardare oltre le apparenze e a mettere in discussione le nostre convinzioni?

Ci sono temi che meritano di essere raccontati non soltanto per ciò che rappresentano, ma per le domande che ci invitano a porci.

 

Questo elaborato, presentato al Concorso Nazionale di Scrittura e Psicologia, nel quale sono stata selezionata tra i finalisti, affronta il tema della tossicodipendenza, intrecciandolo ad una riflessione più ampia sui pregiudizi e sugli stereotipi che condizionano il nostro modo di guardare gli altri e sul bisogno di dare un nome alle persone, incasellarle, giudicarle, spesso senza conoscerne la storia.

 

Viviamo in una società che spesso ha risposte immediate e ascolto insufficiente, che giudica prima di conoscere e definisce prima di comprendere.

Credo che le parole abbiano il potere di ferire, escludere, ma anche di restituire dignità e che imparare ad ascoltare sia il primo passo per imparare a comprendere.

Comprendere perché una persona agisce in un certo modo non significa assolverla dalle proprie responsabilità, ma riconoscere che ogni comportamento ha una complessità che merita di essere esplorata.

 

È da queste riflessioni che prende forma il testo che segue.

 

 

Abitare il silenzio

 

Mi chiamo come una ragazza qualunque, ho l'età delle domande più che delle risposte e studio psicologia cercando di capire gli altri, mentre spesso inciampo dentro me stessa. Non ho storie straordinarie da raccontare, né verità definitive da offrire. Ho solo incontri che mi hanno cambiata, pensieri che si sono incrinati e certezze che hanno imparato a farsi più umili. Il volontariato arrivò quasi per caso, come una scelta marginale, quasi accessoria al mio percorso universitario. Non cercavo una rivoluzione interiore. Cercavo un'esperienza, qualche ora da dedicare agli altri, una forma di crescita personale che immaginavo controllabile, prevedibile, gestibile. Non immaginavo che sarebbe diventato uno dei luoghi capaci di mettermi più profondamente in discussione.

Non scrivo queste pagine perché ho qualcosa da insegnare o da spiegare. Le scrivo per restituire dignità alle domande, alla fragilità e a quelle trasformazioni silenziose che avvengono quando si smette di guardare da lontano. Le scrivo perché, a un certo punto, mi sono accorta di non essere più la stessa persona che aveva varcato quella porta per la prima volta.

Prima ancora di essere una studentessa, sono una ragazza che si è sempre sentita attraversata dalle domande, quelle che non cercano risposte immediate, ma restano dentro e lavorano lentamente. Ho scelto il volontariato come si scelgono certe strade quando si è giovani: per curiosità, per bisogno di senso, forse anche per un desiderio silenzioso di mettersi alla prova senza sapere davvero cosa si stia cercando.

All'inizio pensavo che sarei entrata in una comunità per dare qualcosa: tempo, ascolto, presenza, non avevo previsto che avrei ricevuto molto di più di quanto fossi pronta a offrire. Non avevo previsto che sarei uscita ogni volta con domande nuove, pensieri che non trovavano subito una forma ed emozioni che non sapevo nominare. Ho imparato che crescere non significa accumulare risposte, ma accettare di perdere qualche certezza senza andare in frantumi.

Non mi sento una testimone neutrale di ciò che racconto. Porto con me fragilità, paure, limiti, tentativi goffi di capire il mondo e le persone. Porto anche i miei errori di sguardo, i miei giudizi frettolosi, le mie difese. Questo scritto nasce proprio da lì: dal coraggio lento e imperfetto di riconoscere che non siamo mai davvero pronti a incontrare l'altro, ma possiamo imparare ad esserlo.

Scrivo perché sento il bisogno di dare un ordine emotivo a ciò che mi ha attraversata, di trasformare in parole ciò che altrimenti resterebbe confuso, sospeso, fragile. Scrivo per non perdere le tracce di quei cambiamenti piccoli e silenziosi che spesso passano inosservati ma che, a distanza di tempo, ci rendono persone diverse. Scrivo anche per rispetto: per le storie che mi sono state affidate, per i silenzi che mi hanno insegnato più delle parole, per la fiducia fragile che nasce quando qualcuno decide di farsi vedere senza maschere.

Non troverai in queste pagine una lezione, né un manuale, né una verità definitiva. Troverai piuttosto il percorso di una ragazza che ha imparato, passo dopo passo, a mettere in discussione il proprio modo di guardare gli altri e se stessa. Se questo viaggio avrà un senso, sarà forse quello di ricordarci che ogni incontro autentico ci cambia, anche quando non ce ne accorgiamo subito e che, a volte, basta spostare lo sguardo di pochi centimetri per vedere un mondo completamente diverso.

Prima di entrare in quella comunità, credevo di sapere già chi avrei incontrato.
Non avevo mai pronunciato ad alta voce certi pensieri e, forse proprio per questo, mi sembravano innocui. Vivevano in una zona silenziosa della mia mente, dove non erano costretti a confrontarsi con la realtà. "Se sono qui, se la sono cercata." Non lo dicevo. Lo pensavo. E il silenzio, invece di metterlo in discussione, lo custodiva.
Con il tempo ho capito che esistono parole che affidiamo al silenzio non perché siano prive di significato, ma perché ne hanno troppo. Parole che ci vergogniamo di pronunciare. Parole che temiamo di ascoltare. Parole che, se dette ad alta voce, ci costringerebbero a guardarci allo specchio.
Quando pensavo alla dipendenza, immaginavo una scelta sbagliata ripetuta nel tempo, una mancanza di volontà, una debolezza. Mi era più facile credere che tutto dipendesse da decisioni individuali piuttosto che interrogarmi sulla complessità della sofferenza umana. Se la colpa era loro, io potevo restarne fuori, se il dolore era una responsabilità personale, non dovevo sentirne il peso.
Eppure studiavo psicologia.
Leggevo di traumi, di attaccamento, di vulnerabilità, di ferite invisibili. Ma la sofferenza, nei libri, aveva contorni ordinati. Nella realtà, invece, arrivava con il volto di una persona seduta davanti a me e con lunghi silenzi che nessuna teoria riusciva a spiegare fino in fondo.
Fu allora che iniziai a comprendere qualcosa che nessun manuale mi aveva insegnato: il silenzio non è assenza di parole, è spesso il luogo in cui le parole sopravvivono quando non riescono ancora a nascere.
In comunità ho incontrato silenzi diversi.
C'era il silenzio della vergogna, quello di chi aveva raccontato la propria storia troppe volte senza sentirsi davvero ascoltato.
C'era il silenzio della rabbia, che rimane incastrata in gola quando il dolore non trova una forma.
C'era il silenzio della paura, di chi teme che, una volta dette certe parole, non sarà più possibile tornare indietro.
E poi c'era il mio silenzio.
Il silenzio dei giudizi mai pronunciati. Delle convinzioni ereditate. Delle domande che non avevo il coraggio di farmi.
Pensavo di entrare in quella comunità per ascoltare le storie degli altri, non immaginavo che avrei dovuto ascoltare anche ciò che taceva dentro di me.
Questa testimonianza nasce da lì, dal momento in cui le parole che avevo affidato al silenzio hanno iniziato a chiedere spazio. Dal momento in cui ho capito che comprendere una persona non significa conoscere la sua etichetta, ma avere il coraggio di restare accanto alla sua storia, anche quando non trova ancora le parole per raccontarsi.
I nomi delle persone che ho incontrato non compariranno. Non per anonimato formale, ma per rispetto profondo. Perché ciò che conta non è chi siano stati per l'anagrafe, ma ciò che mi hanno insegnato come esseri umani.
Le loro storie non verranno raccontate come esempi o casi clinici, verranno raccontate come frammenti di vita, come incontri che hanno lasciato un segno.
Questo percorso non parla solo di loro.
Parla anche di me.

E forse, in modo ancora più silenzioso, parla di chiunque abbia custodito dentro di sé parole mai dette, giudizi mai confessati, domande rimaste senza voce.
Forse la vera domanda non è chi siano loro.
Forse la domanda è: chi diventiamo quando troviamo il coraggio di ascoltare ciò che il silenzio cerca di dirci?

Per molto tempo ho creduto che il silenzio fosse semplicemente un vuoto. Una pausa tra una parola e l'altra, qualcosa da riempire, da interrompere, da superare.
Poi ho scoperto che il silenzio può essere una casa.
Una casa disordinata, a volte buia, in cui vengono custodite parti di noi che non sappiamo mostrare. Ci sono silenzi che proteggono e silenzi che imprigionano. Silenzi che curano e silenzi che consumano lentamente. Alcuni nascono dalla paura di essere giudicati, altri dalla convinzione di non meritare ascolto, altri ancora si formano quando il dolore diventa così grande da non trovare più un linguaggio capace di contenerlo.

Prima di entrare in comunità non sapevo nulla di tutto questo.
Credevo che le persone si raccontassero attraverso ciò che dicevano. Non avevo ancora imparato che spesso ci raccontiamo molto di più attraverso ciò che evitiamo di dire.
Ricordo i giorni che precedettero il mio primo ingresso. Non avevo paura nel senso più evidente del termine. Non tremavo, non ero tentata di rinunciare. Eppure sentivo una strana tensione, come se stessi per attraversare un confine invisibile. Da una parte c'era il mondo che conoscevo, fatto di idee, opinioni e convinzioni, dall'altra c'era qualcosa che non riuscivo ancora a immaginare.
Avevo costruito nella mia mente una comunità che esisteva soltanto nei miei pensieri. Le persone che l'abitavano avevano volti sfocati e storie semplificate. Le osservavo da lontano, senza rendermene conto, come si osserva un paesaggio attraverso il finestrino di un treno: abbastanza da credere di aver capito, troppo poco per vedere davvero.
Forse è questo che fanno i pregiudizi. Ci offrono l'illusione della conoscenza senza chiederci la fatica dell'incontro. È più facile pensare di sapere chi sia una persona che fermarsi ad ascoltare ciò che la sua storia ha da raccontare. È più semplice vedere una dipendenza che una ferita, un errore che una mancanza, una caduta che il percorso che l'ha preceduta.
Io stessa, senza accorgermene, avevo trasformato delle persone in definizioni.
Guardandomi indietro, credo che il primo silenzio che ho dovuto ascoltare fosse il mio.
Non quello delle parole che non dicevo agli altri, ma quello delle domande che non rivolgevo a me stessa.
Per anni avevo lasciato che alcune convinzioni vivessero indisturbate dentro di me. Non le mettevo in discussione, non le osservavo da vicino, restavano lì, protette dal silenzio. E forse è proprio questo che il silenzio sa fare meglio di qualsiasi muro: nascondere ciò che non siamo ancora pronti a vedere.
Poi arrivò quel giorno. Una porta da attraversare. Un corridoio. Qualche volto sconosciuto. E tutte le idee che avevo costruito nel silenzio iniziarono lentamente a incrinarsi. Non subito, non con una rivelazione improvvisa, ma con la forza discreta che hanno le cose vere quando entrano nella nostra vita e ci chiedono, semplicemente, di essere guardate.

 

 

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